“Hakuna matata Kenya” Mai frase fu più falsa per descrivere una terra dove la corruzione non è qualcosa relegata ai piani alti, ma una realtà tangibile da chiunque, non appena ci si mette al volante di una macchina. Poliziotti che ti fermano inventandosi scuse per chiedere soldi, militari che si approfittano di turisti bianchi per estirpare dollari: in Kenya se hai i soldi puoi fare, arrivare, avere tutto. Letteralmente tutto. Per cui no, questa non è la terra del “nessun problema”. Ma nonostante ciò, il Kenya resta la terra in cui questo motto regna sovrano. Non perché siano tutti falsi, ma perché si usa con una diversa accezione: imparare a prendere la vita con leggerezza. Quello che tutti hanno, dalle persone più misere a coloro che hanno una vita dignitosa, è la capacità di non prendersi sul serio, di saper ridere di se stessi e di prendere alla leggera ciò che non dipende da loro e che non possono controllare. Magari ti fa arrabbiare tantissimo che un poliziotto ti abbia fermato per farti pagare la mazzetta solo perché stavi trasportando sul matatu due bianchi (successo a Mombasa), ma non per questo ne fai una tragedia o ti lasci rovinare la giornata. Questo Stato, per ora, è così. Una terra di contraddizioni e una terra di problemi e ingiustizie. Eppure, non per questo le persone in fondo alla catena sociale sono meno felici o meno spensierate di coloro che sono ai primi piani nelle stanze lussuose. Perché hanno la semplicità di ridere di sé e la saggezza di non accanirsi contro ciò che non possono stravolgere. Hakuna matata Kenya, questo sarà il motto. “Senza pensieri la tua vita sarà, chi vorrà vivrà in libertà”. Creiamocela questa libertà, nella nostra testa.
Chissene frega delle tue imperfezioni, soprattutto se l’unica a preoccuparsene sei tu. A chi frega se non hai il viso perfettamente squadrato, magro e con gli zigomi pronunciati come hai sempre visto su Angelina Jolie. A chi interessa se attorno ai fianchi hai quei due chili in più che in teoria non dovrebbero proprio esserci ma in pratica si dovrà pur mangiare per vivere e ogni tanto qualcosa si accumula. Chi potrebbe mai curarsi di quei piccoli aspetti che nessuno nota ma che a te sembrano così prominenti quando ti guardi allo specchio? Cerca un po’ di pace tra te e te stessa: questo ti è stato donato e questa sarai finché vivrai. Amati per come sei, non essere quella che si castiga per tutto ciò che solo e soltanto lei percepisce e che nessun altro vede. Ma non perché qualcun altro potrebbe trovare quei fianchi morbidi perfetti da tirare a sé per abbracciarli. Non perché troverai qualcuno che di sicuro adorerà il tuo faccino tondo per via delle fossette. Fallo perché non avere il corpo dei propri sogni, non essere cresciuti con quei due centimetri in più che tanto avresti voluto avere nelle gambe, fa parte di ciò che sei. Amati perché ti rendi conto che non c’è alcun bisogno di coprirsi, anche se non si ha la silhouette delle principesse delle favole. Non entrerò mai in una 38. Neanche smettessi di mangiare per un mese intero. Non fa proprio parte di me, del mio corpo. Sono nata larga. Sono attualmente circondata da una popolazione in cui chiunque (veramente chiunque) è più alto e più magro di me. I Gabra sono naturalmente slanciati e magrissimi, con una corporatura veramente snella. Li si che arriva la tentazione di sentirsi “grasso” e fuori posto. Eppure no: perché mai? Solo perché lo stesso vestito che loro indossano a me segna le cosce, che invece alle ragazze praticamente non si vedono? Solo perché essendo dieci centimetri più bassa sembro un sacco di patate? Non si ricorderanno di me per la mia inconformità fisica, a meno che non sia io stessa a portare al centro dell’attenzione questo argomento. Se per me non è un problema, non lo diventerà neanche per loro. Finché io sarò a mio agio con il mio metro e sessantacinque di buona italianità, niente potrà scalfirmi anche se ritengo chiunque più elegante di me qui a Maikona. Anzi forse sarà proprio il mio corpo a forma di pera, così come la mia “tomato face” rossisssima, a far si che si ricordino di me con un sorriso. I miei giudizi più severi non sono mai arrivati dagli altri ma sempre e solo da me e dalla mia testa. Prima entrerò in una tregua di pace con loro, prima sarò libera di prendere i miei chili e di diventare una vera donna africana senza per questo sentirmi in colpa!
Ancora una volta mi scopro a programmare una mia piccola vita qui in Kenya, o meglio a immaginare come deve essere crescere e vivere qui, in una cittadina come Maikona.
Ampio spazio secco, tanto caldo, bei colori ovunque dei vestiti e dei veli per coprire la testa, tanta semplicità che crea un grande senso di coesione. Come deve essere passare la propria infanzia e giovinezza in un luogo in cui sai che i tuoi coetanei saranno in oratorio a giocare a pallone o in quella stanza a organizzare i canti o in quel bar a passare il pomeriggio. In un posto come questo puoi effettivamente sentirti parte di qualcosa senza dover sputare sangue per farti accettare: vai un paio di volte e ci sarà sempre qualcuno disposto a dare due calci alla palla con te. Bene o male tutti si conoscono, almeno di vista.
Mi perdo nei pensieri immaginando come devi sentirti a far parte del gruppo dei giovani, con i quali sei cresciuto da quando eri piccolo, che incontri tutte le volte nel medesimo posto. Amici che già conosci, di vecchia data. Che rimangono tali anche se ti sposti per studiare in città: quando torni ci sarà sempre spazio per te.
Mi ritrovo ad apprezzare quella semplicità che fa sì che sia una krest (bibita gasata) condivisa la sera, sulle panche di legno davanti alla casa, nella notte buia che concilia il sonno come il naturale corso della natura, a far sì che due seminaristi rumeni, una lavoratrice per la Caritas rumena e una solitaria straniera italiana si ritrovino insieme a ridere a crepapelle per delle cavallette che saltano da tutte le parti facendoci spaventare a morte (in realtà solo me e Mihaela).
La semplicità che crea coesione, la semplicità che rende magici anche i piccoli momenti che altrimenti sarebbero insignificanti. La semplicità che, in assenza di altro, ti obbliga a sederti e apprezzare la noia, il silenzio, il perdersi nelle stelle quando la sera, finalmente, rinfresca.
La semplicità che ti fa vivere gli incontri.
Come quando a Sololo mi sono ritrovata seduta sul divano della casetta dei volontari, con davanti il dottor Cipriano che continuava a parlare parlare parlare e Giovanni che ogni tanto tirava fuori qualche battuta sul coronavirus; una buona birra (quasi) fresca nel bicchiere.
C’era stata l’inaugurazione ufficiale nel pomeriggio e il dottore mi aveva poi portato a vedere il reparto maternità, spiegandomi ogni singolo passaggio che la mamma avrebbe percorso nell’ospedale, fino ad arrivare alla sala chirurgica. Nonostante questo lungo tour con molte interessanti digressioni, dopo due ore non si era ancora stancato di parlare e condividere pensieri sull’Italia, sull’Europa, esperienze sull’ospedale.
E io mi lasciavo incantare: incantare da questa lenta cadenza nel parlare, da questo dare importanza e spazio ad ogni singola parola, da questa pronuncia ineccepibile. Guardavo il suo volto e mi perdevo nelle piccole rughette che gli circondano gli occhi, che ben sanno nascondere l’età avanzata che proprio non dimostra di avere. Un nonno, un anziano zio, con sempre una parola saggia per tutto, un discorso posato, una voglia quasi nascosta di ridacchiare e un sorriso che difficilmente sboccia sulle labbra ma che si può carpire dallo sguardo che si addolcisce.
Mi sono persa in questi racconti di due vite che hanno raggiunto il momento in cui cominci a guardarti indietro: l’uno nato in Burundi e più italiano di me; l’altro vissuto in Spagna per moltissimi anni e con più competenze linguistiche spagnole che non italiane. Storie di vita, tirate fuori dalle mie domande irriverenti che non hanno paura di chiedere, accompagnate dalla dolce melodia della musica di Enya. Un piccolo quadretto da film, uno di quelli in cui ci sarebbe inizialmente il primo piano sul tavolino con le cinque birre aperte, poi lentamente si sposterebbe ad inquadrare i volti dei tre quasi sconosciuti seduti; il tutto reso magico grazie allo scorrere leggero delle note armoniose.
Una pace che, in modo diverso, ho ritrovato quando sono finita di nuovo sulla splendida jeep scassata con father Claudio, attraversando il secco deserto per raggiungere la missione di Maikona. Un senso di pace che veniva trasmesso proprio da tutto quel nulla che ti circondava: una volta tanto tutto questo vuoto non provocava ansia ma solamente tanta serenità. Ti svuota la testa, ti rende libero, ti ammalia e ti fa volare in alto. E ti scaraventa per terra quando i polmoni si riempiono di polvere e cominci a tossire come un disperato. È una terra che non ha spazio per il perdono: chilometri di terra desolata, solo pietre, pietrine e pietrisco senza neanche la più piccola forma di vita nel mezzo. “Non avevo mai visto tanta desolazione” verrebbe da dire.
Eppure no, questa è pura eleganza. Che si mischia alla grazia che questa terra ti fa quando vedi comparire qualche basso puntuto cespuglio, quando scorgi la chioma e l’ombra di qualche albero.
Per la prima volta ho vissuto sulla mia pelle l’esperienza miracolosa del miraggio: ho visto prima un grosso oceano in lontananza, un’altra volta un laghetto e infine un grosso lago. Non ci avevo mai creduto più di tanto fino ad ora e fa un effetto pazzesco vederlo semplicemente spuntare così davanti ai propri occhi: l’inganno della mente.
L’inganno che si mischia con lo stupore e con il fascino di una terra a cui noi bianchi non siamo così abituati. Inospitale, eppure allo stesso tempo così accogliente. Fastidiosa ma piena di grandiosi sorprese. Bisogna solo avere abbastanza saggezza per poterla comprendere.
Bisogna stare attenti quando si viaggia. Perché incontrerai sicuramente giovani, altri tuoi coetanei lungo il percorso. E non sai mai quali intenzioni potrebbero avere, soprattutto se sei una ragazza bianca sola. Bisogna essere previdenti e sempre all’erta, perché potrebbero volersi approfittare di te. Perché in fondo non sai mai quale sia il loro obiettivo. Perché sei bianca e quindi per loro piena di soldi. Perché chissà che non ti stiano vicino solo per convenienza. Sapete che vi dico? Bisogna essere attenti quando si viaggia, perché potrebbe capitarvi di incontrare durante la vostra permanenza un fastidiosissimo e impertinente tredicenne, che ti rende la vita impossibile. A dicembre quando ero venuta per il Grest dei bambini con le suore mi aveva veramente esasperato James, non potevo più sopportarlo. Ma bisogna stare attenti quando si viaggia, perché le persone potrebbero avere una doppia faccia. Quel piccoletto, ora che sono tornata, è diventato innanzitutto la mia ombra e in secondo luogo di una dolcezza infinita.
Viene, mi saluta con il suo inglese scassato (e lo sgrido perché data la classe in cui è dovrebbe saperlo MOLTO meglio), mi prende per mano e mi porta a vedere le cose in giro. Scherziamo, ridiamo, ci insegniamo a vicenda inglese e gabra, ci prendiamo in giro. Bisogna stare attenti quando si viaggia perché non sai mai quali siano le vere intenzione di coloro che incontri. Mi ha salutato una sera, accompagnandomi fino alla porta, chiedendomi se gli compravo un paio di scarpe (ciabatte) nuove. Una sua crock è completamente aperta sul davanti, non so come faccia a correrci dentro e a giocarci a calcio …
Bisogna stare attenti quando si viaggia, perché potrebbe arrivare un piccolo impertinente tredicenne a riempire il vuoto del fratellino che avresti sempre voluto. Perché in quella passeggiata, scopri che ha l’altezza perfetta per poter appoggiare comodamente il braccio attorno alla sua spalla. E potresti renderti conto che vorresti davvero potergli fare da sorella maggiore. E dopo averglielo comunicato scherzosamente lui potrebbe risponderti “It’s okay, no problem. So I go back home Italy with you in December?” “It’s not December, I’m going back in April” “It’s okay, no problem for me. I’m ready”. Un nasino così perfettamente a patata non l’avevo ancora trovato, occhi vispi e scuri, un viso perfetto come scolpito nella pietra. Bisogna stare attenti quando si viaggia, perché potresti incontrare delle personcine che riempiono vuoti che neanche sapevi di avere e dopo dovrai imparare di nuovo a camminare senza di loro.
Spostarsi dalla propria zona di comfort significa dover affrontare i propri limiti non solo caratteriali ma soprattutto culturali. Ieri notte ho pernottato in Sololo, nella volounteer house. Come ovunque in queste zone del nord del Kenya dove il caldo regna sovrano, gli insetti sono abbondanti e vivaci. In un modo che noi non siamo abituati a vedere e considerare. Per noi occidentali l’insetto è quella cosina piccolina che ogni tanto sbuca fuori da dietro l’armadio o dall’angolo sotto il tavolo in fondo alla stanza. La novità è vedere passare attraverso la finestra qualcosa di diverso da una fastidiosissima mosca: attimi di panico possono susseguirsi dopo essersi resi conto di questa novità. L’unico posto dove è accettato vedere insetti è il giardino e il prato, dove comunque la maggior parte delle volte non si incontrano chissà quali animaletti e spesso e volentieri arrivare a ucciderli è un passo rapido e indolore. L’altra sera, buio pesto, mi ero già coricata nel letto a scrivere le ultime cose, ben coperta dalla zanzariera tutto attorno al letto; sobbalzando ogni tanto per il rumore provocato da un grosso insetto che volando sbatteva un po’ ovunque. Ero preoccupata che potesse avvicinarsi alla mia zanzariera ed entrare malauguratamente per sbaglio in uno dei numerosi buchetti della mia protezione salvavita. Come se non bastasse, continuavo a sentire fastidiosi ronzii attorno alla testa ma quando accendevo la luce non vedevo nulla se non qualche piccolo moscerino. Pareva che nessuna zanzara fosse in giro quella notte, eppure potevo sentirne il rumore come se fosse a dieci centimetri dal mio orecchio. Mi armo di santa pazienza e decido di mettere via il telefono e dormire un po’, buttando ancora la pila del telefono un po’ attorno per essere sicura che con tutto quel rumore proprio nessuna zanzara fosse in giro. Altro che buchini e buchetti! Mi ritrovo, dentro la mia zanzariera salvavita, un ragno gigante. Gigante davvero, grosso quanto il palmo della mia mano.
Non ho urlato solo perché ho molto autocontrollo ed erano ormai le 11 di sera passate, motivo per cui non potevo neanche chiamare qualcuno degli uomini ad aiutarmi (cosa che non avrei comunque fatto perché sono troppo orgogliosa!). Prima reazione: brividi su tutto il corpo, come se ne avessi cento sulla mia pelle (piccoli, grossi fa niente!). Subito dopo il mio impulso è stato quello di catapultarmi frettolosamente fuori dal letto, quasi uccidendomi dentro la zanzariera pur di uscire in uno spazio aperto. Che poi è stupido se ci rifletti sopra a mente lucida: era lì quando ho aperto la zanzariera tre ore prima, è stato lassù in alto anche dopo mentre ero dentro ignara della sua presenza. Perché avrebbe mai dovuto muoversi, solo perché mi ero resa conto della sua silenziosa e immobile presenza? Però noi occidentali siamo illogici e un po’ pazzi, la maggior parte delle volte. Tornare dentro e condividere lo spazio chiuso del mio letto con quell’animaletto non se ne parlava neanche. Per cui l’unica cosa che mi rimaneva da fare era farlo fuori: per dormire o me o lui. Ci credete che ho perfino fatto fatica a farlo fuori? Sono dovuta salire con molta attenzione sopra il letto, prendere in mano delle ciabatte e schiacciarlo da fuori (si, ha fatto l’odiosissimo rumorino del “crac” che fanno i grossi insetti), facendo rigorosamente ben attenzione a non farlo cadere sopra il mio preziosissimo lenzuolo. Ho preso il cadavere con l’asciugamano e l’ho buttato in un angolino lontano della stanza. Già che c’ero, ho ancora preso il coraggio a due mani e nel medesimo modo ho buttato fuori dalla stanza una rumorosissima stupida cimice che continuava a sbatacchiare da tutte le parti.
Quella notte ho dormito, ma solo perché ero stanca morta. Per riuscire a prendere sonno e non svegliarmi mille volte nel frattempo, ho dovuto coprirmi con il lenzuolo, nonostante il caldo tremendo: ho fatto una sauna da paura in quelle sei ore. Con tutti i buchi di comunicazione che c’erano tra me e il selvaggio mondo esterno, non potevo permettermi di sognare insettini che zampettavano sul mio corpo mentre dormivo. Ho dovuto farmi da sola da trainer psicologico, per stare tranquilla e per trovare il coraggio per avvicinarmi a quella bestiola. Cioè alla fine mica stiamo parlando di un cobra tra le lenzuola, neanche di uno scorpione o di qualche ragno velenoso. Era solo un piccolino un po’ cresciuto, che resta più piccolo del mio piede complessivamente. Di cosa c’è da avere paura? Non sono aracnofobica, ma mi fanno molto schifo i ragni e gli insetti in generale. Come moltissime persone che conosco. Da dove ci arriva questa cosa? Perché mai dovremmo avere paura di qualche cosa che zampetta in giro o che saltella un po’? Sono minuscoli rispetto alla nostra stazza e impotenti di fronte alla nostra brutalità. Eppure, ci terrorizzano. Cresciamo con questo terrore interiore? Oppure ci viene insegnato e trasmesso dalle nostre famiglie, dalla nostra cultura? Oppure semplicemente non entriamo mai in contatto con questo mondo animale nelle nostre case così linde e quindi non abbiamo il tempo di abituarci alla loro esistenza? Una volta che ci rifletto sopra mi rendo conto di quanto tuto questo terrore sia stupido e senza senso. È tutta una cosa psicologica e in quanto tale può essere superato con la propria testa, se lo vogliamo. Solo che noi occidentali siamo così poco abituati a stare a contatto con la vera natura che quando la incontriamo ci spaventa. Ci spaventa di più un innocuo insettino rispetto a cose ben più pericolose. Strana questa cultura eh?
So perfettamente che non è facile: qui a Maikona, dove sono adesso, ho scelto di non usare l’armadio per mettere i vestiti perché era pieno di ragni e ragnetti. Ucciderli tutti era impensabile (e illogico), per cui dato che la mia permanenza è breve ho deciso di usare le mensole e lasciarli vivere in santa pace. Ma non è finita qui: ci sono locuste e grilli da ogni parte in cui ti giri, in camera ne avrò un piccolo esercito (stamattina ne ho trovato uno particolarmente grosso nella doccia. Dentro la doccia, con me. Mentre mi stavo lavando. Cioè, parliamone.). Quando mi corico la sera dentro la zanzariera, li sento zampettare rumorosamente in giro per la stanza. Ma che si vuole fare? Ho provato (con tanta fatica e coraggio) a prenderne uno o due e buttarli fuori dalla stanza; ma sono difficili da catturare e ritornano dentro con una facilità spaventosa. Ammazzarli tutti, sinceramente, mi fa più schifo che pensare di conviverci. Per ora ho fatto un semplice patto con i coinquilini della mia stanza: finché stanno nei loro buchi nascosti o nel caso delle locuste stanno sulle tende o sul muro senza uscire allo scoperto o saltarmi addosso, li lascio stare. Sarò solo costretta a farli fuori quando vedrò la striscia nera avanzare sul pavimento della stanza (si, ieri l’ho trovata): non voglio ritrovarmeli in mezzo ai vestiti o chissà dove. So che è tutta una questione psicologica e in quanto tale ho intenzione di fare del mio meglio per farmi da trainer: da qualche parte bisogna pur cominciare e convivere con ragnetti (sul soffitto) e locuste per tre settimane, mi sembra un buon punto di partenza e credo di potercela fare. È giunto il momento di passare oltre quegli aspetti culturali che non hanno motivo di esistere e che stanno solo bloccando le nostre teste.
Dati i problemi che ci sono stati e dato il grande lavoro che l’ospedale missionario di Sololo sta portando avanti sul territorio, merita fare un piccolo approfondimento sulla situazione in cui attualmente deve operare. Un grave problema sono le grandi tensioni a causa di un’unica popolazione etnica che ai tempi del colonialismo è stata spezzata in due tra Kenya e Etiopia. In Etiopia gli Oromo stanno guerrigliando contro il governo centrale per cercare di ottenere un po’ di indipendenza causando grandi disordini interni. Da parte sua, il governo etiope è convinto che i cattivi Oromo stiano ricevendo appoggio dai loro fratelli di sangue: il vero motivo per cui dall’Etiopia si passa il confine non sarebbe per andare all’ospedale di Sololo ma semplicemente per rifornire i nemici dello Stato di cibo e armi. Per cui nei momenti di tensione semplicemente vengono chiuse le frontiere e si abbassa drasticamente l’affluenza, costringendo i pazienti a fare chilometri per raggiungere un altro ospedale, con una qualità del servizio probabilmente minore. Sempre a causa di questo conflitto di frontiera, il villaggio di Sololo non è collegato alla linea elettrica Etiope, che arriva in città ben più lontane (come Maikona per esempio). Questo significa che tutta la struttura deve essere totalmente elettricamente autosostenibile: batterie e pannelli fotovoltaici. Ma se in questo modo riescono a garantire la funzionalità della sala operatoria, dell’incubatrice, della macchina dei raggi X e di altri servizi primari, lo stesso non si può dire per altri macchinari che potrebbero essere gratuitamente inseriti (donati da altri ospedali) che però non possono essere alimentati. Da anni aspettano che il governo kenyano si decida ad allungare i cavi per portare elettricità anche a Sololo ma senza successo. La situazione è già critica così per motivi strutturali ma come se ciò non bastasse, bisogna tenere presente la delicatezza della situazione politica: essendo un villaggio di frontiera, bisogna considerare le tensioni causate dagli estremisti islamici che operano sul territorio. Al Shabbat. Bisogna agire in sicurezza, talvolta in segretezza, talvolta non uscire da soli, talvolta ascoltare in silenzio il rumore degli spari fuori dall’area chiusa. L’ospedale missionario per molti può essere una realtà scomoda e anche se così non fosse, la missione cristiana resta un obiettivo vulnerabile. La presenza di questo ospedale è tanto essenziale quanto estremamente precario, da oramai anni, ma nonostante questo i volontari non demordono e nemmeno il personale. Anzi. Ognuno crede un po’ di più in questa realtà e chi ne entra in contatto non può che rimanere ammaliato e ammirato, voglioso di poter contribuire a fare crescere questa missione salvavita.
Ai problemi politici si sommano quelli culturali: è stato interessante fare una lunga chiacchierata con il grandioso dottor Cipriano per poter scoprire tutte le curiosità della medicina locale. Quell’uomo ha un qualcosa di ammaliante, nella sua pacata semplicità nell’illustrarti nei minimi dettagli le casistiche che possono arrivare in ospedale. Ti perdi a seguire le piccole rughe attorno agli occhi profondi e attenti, per poi soffermarti con un sorrisino a quel guizzo di barbetta imbiancata sul mento. Un grande uomo, che ha scelto di dedicare gli ultimi dieci anni della propria vita a questa missione; vivendo all’interno dell’ospedale, rinunciando a lunghe vacanze e grandi spostamenti. Le casistiche sottoposte toccano i più svariati ambiti. Persone che aspettano per farsi curare e chiedere aiuto e arrivano in ospedale con un cancro così svilupato da poterlo vedere ad occhio nudo: nulla la medicina può di fronte a tanta infestazione. (Sì, il cancro c’è pure qui esattamente come da noi. La differenza è che le persone non si prendono cura del loro corpo così tanto come da noi da rendersi subito conto se qualcosa non va e le cure occidentali sono troppo costose e impraticabili per essere usate). Sì passa a finte levatrici, che vantano di essere le ereditiere della precedente generazione (che sapeva effettivamente il fatto suo) e che spesso creano problemi anche irreparabili. Un esempio che mi ha fatto è di una mamma a cui è stato detto di spingere con tutte le sue forze non appena sono iniziate le prime doglie. Non fosse che al momento in cui c’era bisogno della presenza della madre, era troppo esausta per poter dare il benché minimo contributo. Sì è dovuto fare il cesareo. Secondo la mganga (medicina tradizionale) ogni dolore e problema arriva dall’addome; per cui tutto può essere risolto “depurando” lo stomaco. Frequente che il malato vada a cercarsi delle erbe, rovistando tra i ricordi dei rimedi miracolosi della nonna, per crearsi un intruglio da bere tutto d’un fiato. Questa cosa porterà miracolosamente via con sé ogni malattia e malanno. Non fosse che la maggior parte di questi casi arrivano in ospedale con una bella intossicazione e crampi addominali. Che fare, senza neanche sapere quali erbe sono state mischiate e in quali così? Si spera che i reni non siano ancora collassati, si attacca una flebo di soluzione fisiologica e si aspetta che il corpo espella naturalmente il veleno ingerito. Si fidano ciecamente della medicina tradizionale e degli stregoni e guai a provare a contraddirli. Quando si tratta di una frattura, se devono scegliere tra stregone e ospedale solitamente il primo ha la meglio. Lo stregone, dietro compenso, opererà prima frantumando ulteriormente l’osso in questione, per permettere di manovrarlo con facilità e bloccarlo per il tempo della cura; tempo in cui il paziente dovrà mangiare solamente carne e latte. Così facendo, l’osso si ricostituirà molto più duro del precedente. Un piccolo particolare, che è frequente soprattutto per quanto riguarda l’avambraccio e il gomito: e se l’osso non è stato posizionato bene e il paziente curato è impedito nei movimenti (come per esempio piegare il braccio per mangiare)? In tal caso, solo dopo la fine della convalescenza arriverà in ospedale, pretendendo che il medico metta a posto il danno oramai assodato dallo stregone; il tutto con ulteriori difficoltà dato che l’osso è effettivamente più resistente alla frattura.
Credo ancora di più, che in un luogo in cui ci possono essere gravi conseguenze per l’ignoranza e non solo per l’effettiva mancanza di possibilità di cura, sia ancora più importante garantire un bel servizio completo ospedaliero per poter dare alle persone la possibilità di scegliere in piena libertà.
Proprio questo pomeriggio, nell’ospedale missionario di Sololo, è stato ufficialmente inaugurato il reparto pediatrico in ricordo di Lia. Da quando l’Associazione è stata fondata, è diventata sostenitrice attiva del Sololo Missionary Hospital, devolvendo i fondi che venivano raccolti durante gli eventi in ricordo di Lia. In segno di ringraziamento per tutto ciò che è fatto in questi anni, ci è stato proposto di intitolare il reparto pediatrico “I bambini di Lia”. Nella foto con me c’è il direttore della struttura e il mitico dottor Cipriano (unico dottore chirurgo di tutto l’ospedale), che mi hanno accompagnato insieme a Francesco Bono (marito della presidente del gruppo missionario di Sololo di Manta, Ines) ad appendere le fotografie nella stanza di ingresso della pediatria. Sono orgogliosa di poter dire che questa splendida struttura porta vivo con sé il ricordo di mia sorella. Sono commossa che Lia sia riuscita a volare oltre l’Italia e sia approdata nel nord del Kenya, in questo piccolo villaggio di confine. Sono ammirata da tutto il lavoro che i volontari continuano a svolgere per portare avanti la struttura. Sono fiera che adesso possiamo anche noi essere parte anche noi di questa grande famiglia.
La montagnola che si staglia proprio dietro Sololo sembra abbracciare con le sue colline che si allargano, i padiglioni disposti a semicerchio che si guardano l’un l’altro. La maternità, la pediatria, la fisioterapia con la chirurgia, gli uffici amministrativi. Tutto sembra organizzato in una armoniosa unione tra il verde naturale e il blu celeste delle varie strutture. Non sembra un ospedale: sembra quasi più un villaggio turistico.
Le bungavillee con sgargianti fiori fucsia coprono graziosamente un piccolo quadrato di panche con posti in cui potersi accomodare, da cui fanno capolino arberelli con tanti pallini di un bel giallo acceso.
Questo ospedale ha una storia oramai lunga: nato negli anni ’50 come dispensario annesso alla Missione di Sololo è poi stato ampliato sempre più con gli anni fino a raggiungere l’attuale estensione (con lavori di ristrutturazione in corso per creare uno spazio decente agli uffici amministrativi). 70 posti letto a disposizione, una trentina di dipendenti locali e un solo grandioso medico chirurgo, il dottor Cipriano.
Con il passare degli anni sono riusciti ad attrezzarsi e fornirsi di strutture essenziali per la vita dell’ospedale: l’incubatrice per il reparto maternità, la sala radiologia e la sala operatoria. Ma quello che si ottiene non è mai sufficiente. Ci sarebbe sempre bisogno di aggiungere e aggiornarsi: per esempio un macchinario antibiogramma (con cui è possibile trovare rapidamente il giusto antibiotico senza dover costosamente sperimentare sul paziente) e la macchina per i test biochimici (per controllare le funzioni degli organi interni, essenziale prima di un intervento chirurgico).
Le necessità sono molte, soprattutto quando si è consapevoli della carenza che l’area offre. L’ospedale più vicino a Sololo si trova procedendo verso nord a Moyale, 90 km di distanza. In alternativa, tornando indietro verso sud si incontra a 170 km Marsabit. Senza contare le distanze chilometriche, bisogna considerare un dettaglio non meno importante: sono entrambi ospedali governativi, il che significa che quello che si trova all’interno può decisamente lasciare a desiderare. Ho sentito racconti di pazienti posizionati su un letto coperto da tela cerata, trovati in mezzo al proprio vomito e ai propri escrementi; di altri costretti in due nello stesso letto; di altri ancora abbandonati a se stessi nelle corsie perché incoscienti e quindi impossibili da identificare.
Ecco, avendo vissuto con mano e dopo aver visto con i propri occhi tanto degrado, un piccolo ospedale come quello di Sololo merita di crescere e prosperare a lungo. Sarà pur piccolo ma è certamente decoroso, accogliente e umano. Umano, perché sempre di persone stiamo parlando. Di madri che trovano il coraggio di abbandonare le proprie usanze locali per venire a partorire in ospedale; di donne che attraversano il confine etiope per poter usufruire dei servizi di questa struttura. Se non ci fosse qui questo ospedale, niente e nessuno potrebbe sostituirlo. È di vitale importanza per questa regione, in cui i Borana e i Gabra, popolazioni ancora nomade e tradizionaliste, sono perlopiù abbandonate a se stesse, dato che vivono in una terra inospitale in cui nei tanti chilometri che separano le cittadine più grandi niente puoi vedere, se non steppa e arsura, arsura e steppa.
Per questo vi dico che le donazioni e i fondi che sono arrivati in questo ultimo mese non potrebbero essere di più di vitale importanza. Si tratta della salvaguardia di una grande area geografica. Si tratta di lavoro ben fatto, seguito da persone coscienziose e capaci. Si tratta di persone fidate, che non hanno bisogno di imbrogliare e mentire sui propri studi pur di essere pagati.
Per questo sono orgogliosa di dirvi che oggi pomeriggio è stato concretizzato un atto che era già stato ufficializzato nel 2014: l’inaugurazione del reparto pediatrico in ricordo di mia sorella Lia, con titolo “I bambini di Lia”. In questo piccolo angolo di salvezza, in cui volontari stanno venendo a spendere gratuitamente il loro tempo per continuare a rinnovare le strutture sanitarie e abitative, un pezzo di questo bellissimo mondo al confine è stato ufficialmente intitolato a ricordo di Lia. Oggi mentre parlavo con il direttore della struttura e con l’italianissimo dottor Cipriano, mentre mi accompagnavano ad appendere la targhetta e la foto, mi sono venuti gli occhi lucidi. Davvero quasi non mi sembrava vero di vedere appeso al muro il viso gioioso della mia (ormai) sorellina: un disarmante sorriso a 24 denti, uno sguardo dolce e fiducioso verso il futuro. Ora quel grande sorriso rimarrà incorniciato dentro questa stanza, in ricordo non solo suo ma bensì di tutte quelle persone che hanno contribuito fino ad ora per portare avanti questa splendida realtà.
E come ho scritto qualche volta fa, il fiume impetuoso dell’amore non può essere fermato, non avevo torto! Questa voglia di condividere e di andare oltre se stessi e le proprie necessità ha raggiunto i 4000€ giusto due sere fa. 4000 benedizioni dal cielo che abbiamo potuto condividere con Francesco Bono e sua moglie Ines del gruppo missionario di Sololo di Manta, che non sapevano più che cosa dire per ringraziare, tanto è stato inaspettato e meraviglioso questo arrivo.
La cosa che mi rende tanto felice è che adesso potremo continuare ad essere qui nell’ospedale di Sololo tutti insieme: Lia con noi e noi con lei, ogni volta che decideremo di rinunciare a qualcosa di superfluo per garantire a chi ha bisogno l’essenziale. Lei con il suo grande sorriso e noi con il nostro grande amore.
Perché, come mi sto sempre più convincendo che sia, non è necessario che facciamo un grande sacrificio e che ci immoliamo per la causa: è l’unione che fa la forza, perché se ognuno fa un pezzettino riusciremo ad andare davvero lontano con il nostro amorevole fiume in piena.
Questa sera sono ancora sotto ad un abbagliante cielo stellato, ma mi trovo un centinaio di chilometri più avanti. Abbiamo raggiunto Sololo. Alzo il naso all’insù e mi perdo in ciò che continua a stupirmi: tutte queste piccole piccole stelle che anche da noi devono esserci, eppure sono così impossibili da vedere. Un’altra raccolta fondi è partita, qualche settimana fa: mamma ha lanciato l’appello sui social, per aiutare Elias. Elias è un bambino malato di epatite, trovato da Sister Teresa in gravi condizioni a causa del non riconoscimento tempestivo della malattia da parte dei medici: l’avevano rimandato a casa consigliandoli di non mangiare più fagioli. Le cure per l’epatite costano, non una cifra spropositata per noi occidentali ma una quantità di denaro inimmaginabile per una famiglia del villaggio. Per cui, da questo appello, è partita un’altra piccola raccolta fondi: molti, tutti, avevano già donato per la precedente raccolta fondi che già avevamo fatto per finanziare la scuola delle postulanti (che abbiamo pagato in toto, bravi voi!) e parte per la scuola dei bambini di sister Teresa. Questa volta siamo tornati non per garantire un diritto all’istruzione ma per cercare di essere garanti del diritto alla salute che qui viene riservato esclusivamente a chi una assicurazione sanitaria se la può permettere. Le aspettative erano minime: pagare le cure per Elias e se possibile mettere qualcosa da parte per qualche altro bambino che avesse potuto avere bisogno. Ma ci avete giocato un gran bello scherzo. Tutte quelle stelle che si vedono in cielo dall’Africa? Siamo noi. Tutti quegli occhi che da lontano guardano, assistono, contribuiscono. I cuori sono grandi e pieni di amore, la voglia di condividere c’è, è sempre più palpabile, sta diventando quasi una concretezza fisica. La comunità che si sta creando è forte, coesa e generosa. Ciò che abbiamo ricevuto è stato immenso: 8000€!!! Ottomila euro!!
Una cifra che, ancora una volta, ti lascia a bocca aperta. Questo rappresenta la nostra consapevolezza nel renderci conto della fortuna che abbiamo nelle nostre case e nella nostra vita. E nella nostra voglia di riscatto. Dato la cifra così importante, questa volta l’associazione ha deciso di dividere l’importo a metà: una parte andrà al progetto dei bambini di Kibiko seguito da Sister Teresa; mentre i restanti 4000€ saranno devoluti all’ospedale missionario di Sololo, nel nord del Kenya (dove mi trovo adesso), progetto da anni sostenuto dall’associazione.
Io non so i nomi e cognomi di chi ha partecipato questa o la scorsa volta, né tantomeno le cifre. Né tantomeno voglio saperlo. Io sono quella che qui dal Kenya alza gli occhi al cielo a tutte queste stelle, sussurrando una preghiera. Io voglio essere quella che spera e ha fede, fede nel fatto che arriverà ciò di cui c’è bisogno. Nulla di più e nulla mancherà. Io voglio essere quella con il cuore colmo di gratitudine per tutto ciò che sta arrivando da “casa”. Da casa nostra, da Saluzzo, dalla nostra zona, dal Piemonte, dall’Italia. Voglio essere orgogliosa di poter dire: arriva dai miei fratelli italiani. “Noi ci siamo, siamo con voi!” Lo state testimoniando. Io vorrei essere quella che cerca di contare tutte quelle piccole stelline nel cielo blu della notte e si perde nel loro incantevole abbraccio d’amore. L’amore non si può quantificare, non può essere contato. E grazie a voi, questo è, ancora una volta, possibile.
Mi è stato chiesto perché mai sentissi il bisogno di lasciare Kibiko e spostarmi per quasi un mese e tornare al nord dove ero già stata per breve tempo. Stasera mi ritrovo sopra dei comodi cuscini, tutta coperta per evitare le punture delle zanzare (e che gli insetti mi usino come parcheggio), incantata dalla marea celeste che si staglia sopra la mia testa. Incantata da questo buio nero pece che mai ha avuto una nota così accogliente e materna.
Incantata da questa pace che si respira quando ti sposti fuori dalla caotica industrializzazione vicina alla città e giungi nella terra delle manyatte e dei villaggi. Incantata dal cicaleggiare di poche cicale, che riscopro comunque diverse da quelle di Kibiko. Non ho scelto di partire: ho dovuto partire. Perché per me, l’Africa è questa. È aria da assaporare, buio da conquistare e farsi amico, stelle da accarezzare alzando il dito, paure da sconfiggere riscoprendo la natura amica.
È ispirazione nello scrivere, sentirsi così vicino a questo splendido mondo da sorprendersi con gli occhi lucidi per la grande pienezza che si riscopre dentro la propria piccola fragilità. È alzare lo sguardo e sentirsi felicemente persa senza alcun bisogno di ritrovarsi o di ritrovare la via. Qualcuno, da lassù, ti guiderà. Il Kenya è osservare il lento cambiamento della natura quando, partendo la mattina presto da Nairobi, passi dal traffico esagerato dell’inizio giornata ad una rigogliosa natura verde e fresca, all’arsura secca e consunta della savana. Osservare questi maestosi tronchi che possenti piantano saldamente le proprie radici nel terreno, mostrando quasi stancamente le piccole foglioline verdi; accompagnarsi a dolci salici piangenti che ricadono su se stessi, lasciando giusto lo spazio per accomodarcisi sotto e godersi la frescura che mantengono sotto la loro chioma. Passare dal verde fresco e giovane ad un giallino pallido della steppa. A quegli alberi a ombrello, che sembrano non avere le forze per superare la canonica mezza altezza e compensano questa mancanza con un cappello piatto, lungo e folto. Piccoli arbusti sottili sottili che si allungano il più possibile verso il sole, per differenziarsi dalla gialla terra. Correre lungo la strada asfaltata condividendo con il proprio saggio compagno di viaggio aneddoti ed esperienze dei 28 anni passati in queste terre. Di quando l’acqua non permetteva di giungere a destinazione e per cinque giorni hanno dovuto dormire in una chiesetta senza acqua nè cibo e solo la provvidenza ha potuto salvare l’equipaggio; di quella volta in cui la macchina si è rotta per la strada e per tre giorni hanno dovuto aspettare il pezzo di ricambio. Di tutte le donazioni che sono arrivate all’ospedale missionario di Sololo giusto quando ce n’era bisogno. Di tutti i “no” che sono stati sbattuti arrogantemente in faccia. Sentir raccontare un territorio, tutti i nomi dei paesini, tutti i posti di blocco, l’elenco preciso e puntato dei nomi dei missionari di ogni villaggio lungo la strada. Osservare impertinente, cercando di nascondermi per la vergogna, tutte le persone che, incontrate dopo Nanyuki, vestivano gli abiti tradizionali. Immaginarmi a vivere con loro in mezzo alla terra samburu, in mezzo alle manyatte, a pascolare il bestiame e cucinare il chai sul fuoco. Arrivare a destinazione e scoprire di esserci già stati, ma solo di sfuggita mentre di corsa ci dirigevamo verso i nostri Grest per i bambini, a dicembre. Lasciarsi sorprendere dall’umanità che si incontra lungo la strada: il gestore del camp dove pernottiamo, Henry, è uno svizzero di una sessantina d’anni sposato con una Samburu locale, con cui ha 7 figli già grandi. Mai coppia fu più improbabile da vedere insieme: lui magro, terribilmente bianco, canuto e con un fortissimo accento svizzero (anche quando parla kiswahili); lei morbida, con tanti colori vivaci addosso, di un bel cioccolatino e taciturna. L’unico figlio che ho potuto conoscere oggi, non sembra assomigliare a nessuno dei due. Beh, le bellezze e le sorprese dell’amore e della vita: se ti affidi, non potrai mai scommettere su dove sarai l’indomani.
Ieri siamo andati a trovare le postulanti a scuola. Che gioia questo incontro: sorrisi, abbracci, carezze. Jiuliet si è messa a correre quando ci ha visto!
Abbracciare una sorella che da tanto mancava. Sentirsi a casa in quell’abbraccio come se ci si conoscesse da una vita e non da pochi mesi. Le mie postulanti sono diventate a tutti gli effetti le mie sorelle: e che gioia quando la famiglia di riunisce! Di nuovo tutte e quattro insieme, ad assaporare quelle poche ore che ci sono state concesse; consapevoli che si avvicinano alle ultime che avremo insieme. Le lacrimucce che quasi spuntavano dagli occhi lucidissimi di Jiuliet; le carezze che continuavo a dare a Sarah perché non mi sembrava vero di averla davvero davanti; gli abbracci lunghi e affettuosi condivisi con Hilda più materna che mai; gli “Amazing” che Jacinta mi ha fatto dire e ridire per tutto il pomeriggio! Con le mie postulanti le ore sono così: semplicemente Amazing.
La scuola è bellissima, il campus semplice ma prezioso, i loro compagni di viaggio allegri e accoglienti! Le lezioni spaziano da antropologia e psicologia, alle materie specifiche per poter insegnare catechismo. Hanno ritmi serratissimi ma si trova il tempo per vedere il telegiornale tutti i giorni, per fare spettacoli di teatro, per fermarsi a pregare e condividere le giornate. Sono molto unite. Stanno studiando, stanno crescendo, stanno conoscendo le proprie qualità e stanno imparando a metterle a servizio del prossimo. Stanno diventando delle giovani donne più consapevoli di loro stesse e dei loro preziosi talenti. Le ragazze vogliono dire grazie a tutti coloro che stanno rendendo questo sogno possibile. La loro gioia è palpabile, sembra di poterla toccare con mano. La loro gratitudine è grande, per tutti quelli che da lontano si stanno prendendo cura di loro. Il loro grazie va a ciascuno di voi. A tutti coloro che hanno scelto di diventare parte di questa gioiosa grande famiglia. E un grande abbraccio da parte mia per tutto il vostro aiuto e supporto.
Le gocce hanno cominciato ad accumularsi nel letto del fiume, nessuno potrà oramai fermare l’impetuoso scorrere dell’amore. Riesco a sentire lo scrosciare dell’acqua arrivare da lontano e diventare sempre più forte fino a riempire le mie orecchie. Grazie