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“Your Kenyan experience starts here” – Cose di casa #3

Kibiko, 27 novembre 2019

Un mese è passato da quando sono arrivata qui. Un mese vuol dire emozioni, esperienze, tante ore passate in compagnia. Eppure inspiegabilmente la quantità di tempo che passa in uno sguardo: puoi perdertici per una vita intera e renderti conto poco dopo che sono passati due minuti di orologio.
Tante persone mi hanno detto da sempre che in Africa il tempo vola, ma non ci ho mai creduto fino in fondo. Oggi, comincio a rendermi conto di questa piccola verità: qui il tempo ha una durata e una qualità tutta sua. Ti ritrovi a vivere giornate intense, in cui non sei mai fermo e ti sembra di stare assaporando tutto lentamente e con la giusta intensità, per poi ad un certo punto guardarti intorno ed è avere la sensazione che qualcuno abbia schiocchiato le dita, facendo passare improvvisamente 30 giorni.
È una fregatura.

“Oggi ho avuto per la prima volta una strana sensazione: fino ad ora mi è capitato in più situazioni di sentirmi a casa qui in Kenya, ma sempre con la consapevolezza che sarebbe stata una scelta temporanea e che poi sarei tornata a casa, sarei tornata alla mia “vera” vita.
Ecco, proprio di questo sto parlando. È stato come se, per un momento, questa esperienza non fosse stata più solo una parentesi, ma sì fosse trasformata in qualcosa di più grande. Ho sentito addosso quella sensazione che ti fa pensare: “Ma perché mai dovrei tornare a casa?” Questa è casa mia.
Chi lo dice che una vita vissuta per il servizio, sia di serie B rispetto ad una vita vissuta per se stessi? Chi lo dice che se i sorrisi di questi bambini mi fanno sentire una felicità rara nel cuore non possa continuare a vederli e farli ridere? Chi lo dice che bisogna avere un lavoro per vivere? O meglio, certo che un qualche tipo di fatica bisogna farla per riuscire a mangiare, ma c’è veramente bisogno di un lavoro con uno stipendio per andare avanti? Sto conoscendo decine di persone che hanno fatto scelte diverse.
Chi lo dice che io non possa trovare il mio posto in mezzo a questa splendida, antica cultura, in mezzo a questi colori vivaci delle stoffe, in mezzo a questi abbracci che ti scaldano il cuore, a questi saluti guancia a guancia che ti curano ogni volta che incontri qualcuno. Perché mai non potrei fermarmi nella terra natale dell’umanità e farmi coccolare da questa mamma?
Io qui mi sento a casa, anzi, sento che questa sia casa mia. Voglio conoscere questa lingua, questa cultura, voglio imparare l’arte del mangiare senza posate, lasciarmi avvolgere dal caotico rumore del matatu, imparare a camminare sulle strade sconnesse accompagnata solo dal chiarore della luna, diventare un tutt’uno con il ritmo africano e sentire la musica che ti pulsa nelle vene a tal punto da non riuscire a stare ferma. Sentirmi bella anche se ho quei cinque chili di troppo addosso perché sarei semplicemente nella media, non avere nessuno che mi giudica se non indosso nulla di attillato (anche se sembro un sacco di patate ambulante). Imparare a portare quegli splendidi vestiti africani, imparare ad associare i colori e fregarmene se ce ne sono troppi tutti assieme. Riempirmi l’armadio di stoffe da poter combinare giorno per giorno e vivere nella semplicità della provvidenza. Essere circondata da persone che si approciano a te in base a ciò che trasmetti, al sorriso che puoi condividere e non per come sei truccata o scollata.
Tornare alla genuinità delle relazioni, a quell’antico e mistico affidarsi ad una fede che simboleggia qualcosa di più grande, riscoprendo la propria forza nelle proprie insicurezze, reimparando la gratitudine per ciò che abbiamo ricevuto e che ci è stato donato. Amare la semplicità delle cose, ricordandosi di quando avere il proprio dolce preferito la domenica a cena da piccoli poteva cambiarti la prospettiva della giornata, così come è una gran festa per i bambini che vengono in convento.
Imparare di nuovo a vivere, rientrare in contatto con le proprie emozioni primarie e riempire per la prima volta i polmoni di un’aria inquinata dalla miseria ma ricca di Vita.
Sentirsi un tutt’uno con l’energia dell’amore che lega la tua vita con quella delle persone che incontri, con cui scambi un pezzo di anima per sbaglio senza volerlo, grazie a quella piccola conversazione avuta sul matatu che ha lasciato il segno.

E quindi, mi chiedo: qual è “casa”? Che cosa è che definisce casa?

Non mi manca particolarmente la cultura italiana; non mi mancano le posate; non mi manca la compostezza e la rigidità tipica di noi occidentali. Non mi manca come le persone si ignorano e non si prendono cura le une delle altre.

E quindi, se basta un pomeriggio nella shamba in mezzo a persone che si ostinano a parlarmi in una lingua che non capisco, se basta avere le mani piene di terra incrostata a tal punto da non riuscire a farla venire via, se basta uscire dall’orto con le ciabatte con due centimetri di fango attaccate e camminare scalza fino al bagno per evitare di sporcare troppo, se basta una risata condivisa per l’ennesima frase che si sono dimenticate di tradurmi in inglese a farmi sentire così felice e al posto giusto nonostante la stanchezza, qual è casa?

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Quella volta che, nel cuore dell’Africa… – Cose di casa #2

Kibiko, lunedì 18 novembre 2019

Aria fresca, il vento che ti entra sotto la gonna, passa attraverso i vestiti fino a farti venire quel piacevole brivido di freddo che fa venire la pelle d’oca.

Alzo lo sguardo verso il cielo e mi godo questo buio notturno che sembra avvolgerti in un abbraccio materno, con le piccole stelle che lottano per farsi vedere ed essere più luminose delle luci in lontananza della città, dei puntini rossi delle pale eoliche dall’altra parte della collina, dei lampioni sparsi nel giardino del convento.

Luogo di pace, luogo di meditazione, luogo di profumi: profumi che arrivano dalle coltivazioni nell’orto, che sia finocchio, rosmarino, lavanda; profumi che arrivano dai numerosi fiori che sono sbocciati in queste settimane così piovose. Luogo di silenzio e quiete interiore, dove puoi sentire l’aria fuoriuscire dai tuoi polmoni accompagnata dal dolce fruscio dei lunghi steli dei cespugli, che si accordano a tempo con il cicaleggiare di diversi innamorati nascosti tra i fiori.

Luogo di solitudine ma di pienezza della vita, dell’amore e della presenza di un Dio, con qualunque nome ci si voglia a lui appellare.

Immersa nel paradiso floreale di quella struttura che ormai chiamo casa, senti l’energia arrivare da sotto i piedi della nuda terra e avresti solo voglia di stare scalza, per poter appieno sentirti un tutt’uno con la splendida madre terra. 

Senti l’impulso profondo di stenderti a terra e allargare le braccia per farti avvolgere dal materno abbraccio dell’universo.

In pace con il cuore e con la natura, spersa in quel di Kibiko, in un pezzo del cuore africano che ha dato vita all’umanità, senti forte pulsare in te il sangue che condividi con ogni altra persona su questa terra, ti senti Fratello di ogni altro uomo e Figlio della Madre Terra. 

Senti di essere esattamente dove dovresti essere: al posto giusto, nel momento giusto.

Pensieri Sanremesi

“Persona con handicap”.
Così Amadeus si è riferito più volte a Donato Grande, campione della Powerchair football e attaccante della nazionale italiana, ospite a Sanremo.
Partendo poi in un’arringa poco avvincente sulle “difficoltà che incontrano i ragazzi COME Donato.” Responsabilità non solo delle istituzioni, ma anche nostra: “Quando occupiamo un posto auto destinato ai portatori di handicap, quando occupiamo un posto davanti ad un portone o un cancello, decidiamo che ragazzi come Donato non possano vivere la vita che devono vivere.”
Il tutto coronato da una pacca sulla spalla di Zlatan Ibrahimovic che si congratula per la bravura di Grande dopo qualche palleggio scambiato sul palco.

Nulla vi suona strano nelle orecchie? Non vi arriva un senso di disturbo nello stomaco?
Proviamo a fare chiarezza sul retaggio culturale che questi sei minuti si portano dietro e confermano, senza alcuna riflessione critica, in prima serata su rai1.

Donato Grande non “soffre di disabilità”, così come è stato detto. Una persona soffre di ansia, di depressione, di vertigini. Non si soffre di disabilità. Non è un morbo.
Curioso sottolineare anche l’uso della dicitura “persona con handicap” caduta oramai in disuso, così come indicato dalla comunità stessa e dalla letteratura scientifica: l’handicap è lo svantaggio che si manifesta nel momento in cui la persona disabile si confronta con il mondo esterno, non adeguato ad accogliere le sue necessità specifiche. E’ come dire: si è una persona MA con dei deficit, ha dei punti in meno rispetto a me che sono “normale”.
Ecco, prediamone atto e passiamo alla più corretta dicitura di persona disabile.
Per continuare questa riflessione: perché il discorso che Amadeus ha fatto non va bene?
Perché trasmette, inconsapevolmente, un messaggio sbagliato e rafforza convinzioni e schemi mentali culturalmente già ben radicati nella nostra testa.
Ha centrato tutto il discorso riguardo le barriere architettoniche su una opposizione “noi” e “loro”. In questa visione, “noi” (a sviluppo tipico) facciamo un favore a “loro” (diversi) non occupando i parcheggi riservati; evitando di ostacolare il passaggio delle carrozzine sui marciapiedi o sui passaggi pedonali o nei pressi dei cancelli. Siamo bravi, noi che li aiutiamo.
Ecco, forse sarebbe il caso di sottolineare che non facciamo loro alcun favore, evitando di parcheggiare negli spazi gialli: è un loro diritto averli e poterne usufruire. Non ci dovrebbe essere bisogno che Amadeus in televisione ci dica di essere buoni e comportarci bene: è scritto nel codice della strada. Non si tratta di favori che facciamo per pietismo, ma di rispetto dei diritti delle persone con disabilità.
Ancora: non bloccare le discese dei marciapiedi, non agevola solo le persone disabili in carrozzina. Le mamme con il passeggino? Gli anziani con difficoltà motoria? Noi con il trolley super pesante che facciamo un pezzo a piedi?
Senza contare che parcheggiare davanti ai cancelli significa lasciare la macchina in divieto di sosta e la multa arriva perché lo dice la legge, non perché siamo stati cattivi e non abbiamo pensato alle persone disabili in carrozzina.
Dobbiamo fare attenzione a mettere ogni cosa al suo giusto livello: i diritti delle persone disabili non sono un nostro gentile favore e non dipendono dalla nostra voglia o meno di rispettarli.
Tutto questo pietismo che spesso accompagna la narrazione delle persone con disabilità, il “proprio in gamba che ce l’ha fatta, nonostante tutto” non deve più avere tutto questo spazio.
Ibrahimovic che dice “Bravo” a Donato dopo aver fatto insieme i palleggi, era davvero necessario? Qualcuno si sognerebbe mai di andare a dargli una pacchetta sulla spalla e dirgli che è “Bravo” dopo aver fatto la stessa cosa? Ammettiamo anche che la risposta sia sì, sicuramente le modalità sarebbero differenti non con quell’atteggiamento dall’alto in basso che trasmette il non verbale.
Capiamoci: Donato è stato invitato a Sanremo perché è l’attaccante della nazionale italiana di Powerchair football, non si da per scontato che sia bravo in quello che fa? Eh ma no, che bravo che nonostante sia in sedia a rotelle sia così capace a giocare con la palla. Certo i complimenti fan piacere, ma ci sono modi e modi di esprimerli.

Che cosa trarne da queste riflessioni?
Colpevolizzare Amadeus, vittima egli per primo del retaggio culturale di riferimento, ha un’utilità minima. Sicuramente un po’ più di consapevolezza, data la vastità del pubblico e il ruolo che ricopre, sarebbe necessaria: anche solo informarsi sulla giusta terminologia, studiare uno sketch che possa proporre finalmente una visione diversa della persona disabile che non sia solo “quello che nonostante tutto, ce la fa!”.
In secondo luogo, cominciare noi stessi a interrogarci e mettere in discussione i paradigmi cui facciamo riferimento: la persona disabile non è un qualcuno minoritario rispetto a noi, bisognoso della nostra protezione, del nostro aiuto, della nostra pietà o del nostro riconoscimento. Sono persone che hanno, come noi, dei diritti che vanno rispettati. Diritti che al giorno d’oggi sono nascosti, ancora poco percepiti e mal riconosciuti, spesso considerati impossibili da raggiungere (per esempio garantire l’autonomia abitativa per persone con disabilità intellettiva).
Ebbene, se trovassimo la forza di uscire al di fuori della nostra zona di comfort, scopriremmo che invece queste sono situazioni che si stanno affermando e stanno diventando reali. Ma questo dipende anche da noi, dal contesto sociale di riferimento che creiamo con le nostre azioni e i nostri pensieri, entro il quale si svolgono questi processi di riconoscimento dei diritti e della visione della persona disabile.

Vi lascio con una citazione rubata a Stella Young, il cui ted talk vi invito ad andare a vedere:
“Io non sono qui per ispirarvi. Sono qui per dirvi che ci hanno mentito a proposito della disabilità. Ci hanno propinato la menzogna che la disabilità è una Cosa Negativa. E’ una cosa negativa, quindi vivere con una disabilità rende eccezionali.
Non è una cosa negativa e non ti rende eccezionale. E negli ultimi anni siamo stati capaci di diffondere ulteriormente questa menzogna attraverso i social media. […] Queste immagini sono ciò che chiamiamo pornografia motivazionale. Lo scopo di queste immagini è di fornire ispirazione, motivazione affinchè possiate guardarle e pensare: – Beh, per quanto difficile sia la mia vita potrebbe essere peggio. Potrei essere io quella persona-. “

Se le parole… – Pensieri di casa

Ogni tanto mi sorprendo con i miei pensieri. Come se stessi giocando a nascondino a improvvisamente mi ritrovassi senza aspettarmelo persa in qualche subordinata.

Mi rendo conto di quanto vorrei che queste mie parole potessero farmi da tramite con il mondo, potessero aiutarmi ad esprimere ciò che porto con me, potessero aiutarmi a condividere la mia testa con chi mi circonda.

Mi ritrovo ad essere sull’orlo delle lacrime davanti a un miscuglio di profumo arancione che mi viene piazzato in mano. E no, questa volta non si sta parlano delle azioni di un ragazzo o un presunto innamorato: si parla di amiche, di ragazze che stimo e che credono in me; che mi fanno sentire importante mettendomi al centro della serata per festeggiare il compleanno di quache giorno prima. Che mi fanno gli auguri in ritardo scrivendomi delle parole dolcissime.

Avere le lacrime che ti pulsano perché vivi ciò che neanche pensavi potesse essere possibile e rendersi conto che quello che per molti è la normalità per me è un grande segno di amore che non può essere considerato scontato.

So che è lo sconvolgimento che deriva da queste piccolezze a caratterizzarmi: le mie grandi emozioni per le piccole cose sono ciò che mi rende chi sono. Sorpresa per ogni minuzia; felicità per un cornetto e un buon caffè che arrivano alle sette della mattina del mio compleanno direttamente in casa mia con delle facce sorridenti ma stravolte.

Le suore che mi chiamano dal Kenya per festeggiare il mio compleanno a distanza, mentre stanno banchettando con un pasto festoso, compreso di torta e fotografia sorridente sul muro delle decorazioni. “Perché sono parte della comunità”.

E allora perché queste lacrime e questa voglia di tirarle fuori? Perchè questo magone?

Non sono cresciuta sola e non sono cresciuta priva di affetto o di amore. Anzi, è proprio ciò con cui sono stata nutrita per tutta la mia vita.

Ma allora cosa è che mi fa scattare ancora adesso questa sensazione?

Restare una bambina che si emoziona di fronte alle piccolezze e alle sorprese. Vivere i sentimenti intensamente, bene o male che siano. Diventare un tutt’uno con le emozioni e lasciare che siano queste ultime a guidarti e non ciò che la testa ti spinge a fare. Semplicemente respirare e sentirsi in meravigliosa sintonia con la musica nella tua testa. Perdersi in questa corrente di colori e lasciare vagare la mente libera fino a riscoprire la pienezza del nero.

Perché alla fine non è “dal letame che nascono i fior”? Non è il nero così scuro a raccogliere in sé tutti colori che vediamo?

Non è facile convincersi a ricominciare a vivere in mezzo a tutti questi agi pensando a quanta felicità può procurare la semplicità e l’essenzialità. Avere tre vestiti tra cui scegliere e poterli lavare e asciugare nel giro di due ore nel caldo deserto di Maikona.

Cercare nelle persone bianche il sorriso caloroso e gratuito dei miei bambini cioccolatino.

Tante parole ho avuto in Kenya per descrivere ciò che stavo vivendo, tante me ne mancano ora per trasformare in concetti ciò che sento mi sta passando attraverso.

Tante emozioni mi hanno regalato questi cinque mesi in terra africana; tante sono ancora difficilmente reperibili dentro di me, quasi chiuse dentro la rigidità occidentale.

Penso al sorriso di Joshua; a come Bravin pronunciava balbettando il mio nome; alla corsa per abbraciarmi di Kosh. Una piccola lacrima liberatoria fa finalmente capolino e coraggiosa attraversa la guancia fino a perdersi sulle labbra.

La semplicità disarmante può farti vivere emozioni che poi si nascondono dentro e non vengono fuori di fronte alla complessità delle giornate.

Ho pensato tanto a cosa scrivere sul mio ritorno: il viaggio, i saluti, le esperienze più belle, cosa il Kenya mi ha lasciato. C’è sicuramente ancora tanto da dire, tanto che potrebbe essere raccontato.

Eppure, le parole non ne vogliono sapere di trovare il giusto ordine per permettere alla mia testa di spiegarsi. E allora le lasci navigare, vagare alla ricerca della congiunzione giusta, dell’aggettivo a cui aggrapparsi per non annegare.

Finchè la nave non salperà per raccogliere ciò che è andato disperso in mezzo all’oceano, finchè il vento non soffierà in poppa e le vele si gonfieranno a sufficienza da poter navigare liberamente. Salpare fino ai confini della mente e raccogliere tutti i naufraghi.

Forse, allora, un’altra storia nascerà.

L'ultima sera – Diario di viaggio #64

Kibiko, 24 marzo 2020

Ho pensato tanto a quale foto avrei dovuto pubblicare l’ultima mia sera in Kenya.
Come si fa a fare un riassunto di cinque mesi intensissimi e pieni di incontri? I bambini non starebbero tutti neanche in dieci foto. I miei amici kenyoti sono oramai tanti e sarebbe difficile fare una cernita. Le mie sorelle sono dodici e ho tanti scatti sparsi.
Magari l’ultima sera si può ricordare il primo giorno? La prima settimana?
Eppure niente di significativo neanche in quei ricordi.
Alla fine ho capito. Ho capito che mi ricorderò del Kenya per quel sorriso sereno e smagliante che mi ha tirato fuori senza che neanche me ne accorgessi. Riguardando le foto, mi sono resa conto di quanto io sorrida e di quanto questo sorriso sia naturale, pieno. Vivo
Mi ricorderò del Kenya e di tutti i bambini per la tenerezza con cui li guardavo di nascosto uno ad uno e a quanto vorrei dare loro un ultimo abbraccio. Ripenserò alle risate che ho condiviso con gli ospitali giovani incontrati lungo la strada, che ora mi dicono che stanno pregando per l’Italia e sono preoccupati per noi. Mi torneranno alla mente i visi e gli sguardi delle sorelle in convento, stasera così preziosi e amorevoli. Come a chiedermi di non partire.

Quindi perché lasciare che tutta questa bellezza e grandiosa pace venga spazzata via?
È così che ho vissuto questi cinque bellissimi mesi ed è così che proverò a tornare a casa: con un grande sereno sorriso nel cuore.

Addii frettolosi – Diario di viaggio #63

Kibiko, 23 marzo 2020

Lo capisco che questo covid-19 ha cambiato le carte in tavola di tutti.
Semplicemente, non era così che avrei pensato di lasciare il Kenya.

In fretta e furia, come se fossi una ladra, prendendo il primo volo possibile pur di non rimanere bloccata dentro lo Stato.
È strana, questa sensazione che ti scorre addosso. Ansia, per il bisogno viscerale di tornare a casa; malinconia per tutto ciò che ci si lascia alle spalle; qualche lacrima che inevitabilmente scapperà; tanta inconsapevolezza per quello a cui si sta andando incontro.
Non so quando sarà il momento preciso in cui mi renderò conto di essere definitivamente in Italia.

Una sedia vuota, un posto vuoto nel cuore che dovrò tornare a riempire con tutte le voci e le manine dei miei bambini, con gli abbracci dei fratelli e delle sorelle che ho conosciuto in Kenya.
Una sedia vuota, una piccola solitudine. Che forse è poi solo quello a cui questo virus ci sta mettendo di fronte. Forse è poi solo come ognuno sta scoprendo di sentirsi.

Solo con la propria sedia.

Volente o nolente si rientra – Diario di viaggio #62

Maikona, 15 marzo 2020

È strano vedere quante prospettive possono cambiare nell’arco di una sola giornata.
È strano sentirsi quasi sciocchi a parlarne, dato che è quello che tutti voi state vivendo da settimane.
È strano pensare quanto sentirsi preparati perché si è vissuto tutto passo passo con i propri amici, alla fine quando ti tocca sulla pelle non faccia un baffo.
È strano arrivarci dopo, quando tutta la tua nazione ci è già dentro fino al collo.
È strano trovarsi a scriverne, sapendo di star dando voce a pensieri che persone hanno fatto settimane addietro.
È strano essere quella che da giorni continua a fare la tragica, cercando di fare capire alle persone che non è uno scherzo e ben presto arriverà anche qui. È strano ritrovarsi la mattina a colazione a leggere notizie pucciate nell’ansia e soffocate nella Nutella. Essere quella fuori, che però in un certo senso si ritrova a viverlo come se ci fosse dentro. Senza che le persone che vivono attorno a te possano capire o condividere la tua ansia o le tue preoccupazioni.
E poi di colpo sei grato per tutte quelle cose che non hai rimandato a dopo ma hai invece deciso di fare subito. Perché il tempo ti è stato momentaneamente portato via.
Il governo chiude tutte le scuole, dalla domenica al lunedì. Entro venerdì anche tutte le università dovranno essere chiuse.
Solo tre o quattro infetti sono stati certificati fino ad ora, eppure non si scherza.
A Nairobi, la follia comincia ad impazzare: supermercati svaligiati, provviste di amuchina e mascherine.
Eppure qui in mezzo al deserto tutto sembra sempre così lontano. Nessuno vuole veramente crederci, nessuno riesce veramente a farlo.
Finché non ti ritrovi a fare i conti con una probabile quarantena forzata nel convento, quando obbligheranno le persone a starsene a casa per limitare il contagio.
Finché non cominci a preoccuparti perché non sei sicuro di riuscire a tornare fino in città, dato che ci sono posti di blocco per le strade.
Finché cominci ad avere fretta di prendere il volo prima che chiudano gli aereoporti.
Ecco, finché tutto quello che hai sentito raccontare dagli “altri” non lo vivi tra te e te stesso solo soletto, non riesci a capire cosa significhi chiedersi se sia la realtà dei fatti o frutto della fantasia.
Non è così che pensavo che avrei lasciato il Kenya. Non è così che pensavo di vivere le ultime settimane.
Ma non c’è neanche niente di cui io possa onestamente lamentarmi.
Sì condivide in silenzio la propria esperienza, facendola piccola, mettendosela in tasca e aggiungendola alla libreria insieme a quelle di tutte le altre persone.
Un abbraccio

Rebecca

La festa della donna vista dal Kenya – Diario di viaggio #61

Maikona, 8 marzo 2020

Il modo migliore di capire qualcosa che non ci appartiene è provare ad immedesimarsi.
Sono da sempre stata un po’ troppo contro il velo. Mai apertamente perché cercavo di tenere posizioni moderate, ma in fondo dentro di me pensavo che non avesse senso portarlo e che fosse tutto frutto di un condizionamento culturale che non lasciava la minima libertà di scelta.
Ma questa volta quella con il velo in testa sono io e non la ragazza gabra di fianco a me.
Perché effettivamente ti fa sentire bella, quella striscia di stoffa colorata in testa. Perché è un’arte saperla posizionare nel giusto modo e indossarla in modo da valorizzarti il viso.
Perché quando l’abbigliamento è semplice, quel piccolo pezzo che copre il capo può essere un grande valore aggiunto distintivo.
Ho sempre pensato, nel profondo, che fosse semplicemente qualcosa che limitava il diritto delle donne e delle ragazze di vestirsi come meglio preferivano e di tenere il capo scoperto e mostrarsi in tutta la propria naturalità.
Inutile dire che in molti (troppi) casi è così. Ma qui a Maikona sto imparando che non è sempre il nostro modo occidentale di vedere le cose, ad essere quello giusto. Solo perché “da noi” si fa così, non vuol dire che sia la scelta migliore in assoluto.
Quello per cui dovremmo veramente lottare è la libertà di scelta: la libertà di una donna di agghindarsi ed essere come più si sente di essere. Mostrando tutte le alternative e lasciando la libertà di esprimersi senza giudizio.
E per farlo, ogni tanto quello che ci serve è forse solo un pizzico di follia per passare dall’altra parte della barricata e vedere come si vive aldilà della nostra stretta visione.

“Il femminismo si occupa di tutte le richieste che la società fa alle donne, di tutte le caratteristiche
che una donna deve avere per essere considerata una Vera Donna. Ma, plot twist, si occupa anche di tutte le richieste che la società fa agli uomini, di tutte le caratteristiche che un uomo deve avere per essere considerato un Maschio Alfa. Oggi, usate il tempo che avreste speso per cercare una mimosa (in un supermercato semivuoto in questo mood post apocalittico nel quale ci troviamo) per fare una ricerca su Google. Andate nella barra e digitate “mascolinità tossica”. Capirete che non siete gli unici a pensare che non vada bene che un uomo non possa piangere in pubblico, debba offrire sempre e comunque la cena, sia obbligato a essere sempre il più realizzato, il più ricco, il più forte… Sapete chi altro pensa che non vada bene? Le femministe. Da quando? Da sempre.”

http://www.Bossy.it

Ritorno ai vecchi tempi – Diario di viaggio #60

Maikona, 7 marzo 2020

Oggi mi sono ritrovata con il mio piccolo mucchietto di vestiti, un secchio verde mela, un po’ di sapone liofilizzato azzurro intenso e le mie belle manine.
Come mettere insieme tutti questi strumenti, questo è stata la parte interessante della situazione.
A mio favore posso dire che non era la prima volta che dovevo lavare dei vestiti a mano, ma c’è un piccolo ma. L’altra volta che ero venuta a dicembre con le Sisters e ci eravamo messe insieme a lavare i vestiti, la mia incapacità era stata così evidente e palese che Sarah non mi aveva lasciato continuare il lavoro per più di tre minuti. Mi aveva preso di forza la gonna e la maglietta e me le aveva lavate lei. La mia sorella grande che si prende cura della piccola di casa.
Questa volta invece ero solo io in compagnia di me stessa, ben determinata a portare a compimento in modo decente il lavoro.
Non è che io sia una fannullona totalmente inesperta di sapone e lavaggio, ma sì è sempre trattato di smacchiare: lavello, saponetta, vestito, macchia, spazzola. Rapido e indolore, di solito. E poi si butta in lavatrice.
Ecco, qui è stato un pochino più complicato.
Ho dovuto mettere il sapone nell’acqua per farlo sciogliere e dopodiché avrei dovuto lavare il vestito e farlo tornare al suo colore naturale. Ho cominciato a prenderlo e sfregarlo un po’ da tutte le parti, soprattutto l’inizio e la fine dove presumevo che fosse più sporco. Ma dopo un po’ capita che ti perdi e non sai più dove eri già passata prima!
Quindi ho finito il mio egregio lavoro semplicemente passandolo un po’ nell’acqua, muovendolo su e giù e facendogli fare un po’ di schiuma. L’acqua era marroncina quindi almeno parte dello sporco se ne è andato via.
Ma quanto è assurda questa situazione?
Certo, sono cresciuta con la lavatrice. Ma possibile che in vent’anni di vita non abbai accumulato un minimo di conoscenza sul lavaggio e sul lavaggio a mano? Siamo così abituati ad affidarci sempre e comunque, per qualsiasi cosa (qualsiasi) alle macchine, che stiamo perdendo la conoscenza dei nostri nonni. La capacità di fare le cose da soli e di essere un minimo autonomi in caso di problemi.
Mi sento di parlare al plurale quando dico che siamo diventati degli inetti. Delle persone senza capacità pratica, senza alcun fai-da-te.
Ieri pomeriggio sono andata con le ragazze in giro per Maikona per cercare delle nuove stoffe per fare dei vestiti tipici gabra. Me lo hanno cucito sul momento, nel giro di venti minuti. Un taglio qui, uno là, rifinire i bordi e via. Ovvio, non è l’ultimo modello di Dolce & Gabbana ma è un capo d’abbigliamento!
Saper usare la macchina da cucire (figuriamoci quella meccanica!) oramai è un privilegio di pochi. Figuriamoci il rammendare, fare orli e cose simili.
Ma perché? Perché non siamo interessati a queste piccole cose? Perché non veniamo spronati (e intendo ragazzi e ragazze) a metterci in gioco e imparare come fare le cose da soli, ad essere autonomi? Ad avere competenze pratiche.
Cosa stiamo aspettando? Di andare in Africa dove non ovunque ci si può permettere l’elettricità? Di rimanere senza luce in casa?
È ovvio che dal progresso non si può tornare indietro, ma è anche vero che possiamo scegliere come viverlo questo progresso. Se farci asfaltare o se continuare a rimanere consapevoli delle nostre radici e da dove arriviamo.

Affidarsi e scoprire – Diario di viaggio #59

Maikona, 6 marzo 2020

Bisogna avere il coraggio di affidarsi per vivere le esperienze migliori.
Bisogna avere la voglia di affidarsi per poter scoprire una cultura e un mondo diverso.
Non è così difficile: basta lasciare se stessi nelle mani di due fidate ragazze di Maikona. È sufficiente lasciare che la cadenza dura della lingua gabra permei le tue orecchie e tu ti accontenti di essere presa per mano e guidata passeggiando in mezzo a loro. Passare di negozio in negozio, di casetta in casetta per cercare quella stoffa. Proprio quel colore, quello che a te piace, quello che stavi aspettando. Con una pazienza grandiosa da parte loro e delle persone che incontri. Senza che nessuno ti metta fretta.
Un passo dopo l’altro, con i lunghi vestiti e il caldo che sembra volerti soffocare ma sotto tutta quella stoffa fugge via.
Le prove, i suggerimenti, immaginare, combinare i colori, ridacchiare.
Camminare per le strade di Maikona fa uno strano effetto, soprattutto in quell’ora in cui comincia a fare caldo. Le case sono tante ma sono tutte separate da loro, distanti. Le strade, di pietrisco e polvere, sono quelle grandi linee che trovi nel mezzo. Tutti conoscono tutti, fare una passeggiata significa fermarsi a salutare e avere piacevoli conversazione ogni dieci passi.
Il vantaggio nell’affidarsi sta nel fatto che non devi preoccuparti di dove stai andando, dell’ora in cui tornerai, di ciò che dovrai fare. Semplicemente ti godi il momento, il tempo, i luoghi. I commercianti deliziosi che anziché cercare di fregarti sul prezzo perché sei bianco ti regalano una caramella dopo aver pagato.
Affidarsi significa ritrovarsi seduta sotto una piccola tettoia, nell’ora più calda della giornata, con cinque altre Mama e le tue amiche, mentre davanti a te la sarta ti sta cucendo in venti minuti il tuo prezioso vestito con la macchina da cucire meccanica.
Non si prendono misure, non c’è centimetro, non c’è riga o supporto. Sì taglia a mano, si cuce a occhio. Tutto al naturale. Per il lavoro? 100 ksh, 1€; più gli scarti di materiale.
Affidarsi significa ritrovarsi con un velo in testa colore turchese, che ti fa sentire così splendidamente africana. Quel velo che hai sempre guardato così di storto sulle teste degli altri, una volta che lo provi e ti ci senti così bella fa meno paura. Acquista fascino. Non è più un pezzo di stoffa per nascondersi ma un vero e proprio strumento di bellezza, come viene usato qui dai cristiani che non hanno alcun obbligo vero e proprio di portarlo. Il timore lascia il posto all’ammirazione e all’apprezzamento. Mentre le Mama ti scrutano sorridendo amorevolmente; avvolti da questo caldo che continua ad aumentare.
In questa cultura che accoglie, che ama. In questa cultura che ti prende sotto braccio e non ti fa sentire amica ma bensì sorella.

Compleanno a Maikona – Diario di viaggio #58

Maikona, 5 marzo 2020

Metti insieme un gruppo di giovani Gabra, un giovane seminarista rumeno che compie gli anni e la festa è assicurata. Aggiungi alla torta classica della crema avanzata, possibilmente di colore rosa e ciò che otterrai sarà una festa indimenticabile.
Sono qui da meno di una settimana eppure mi considerano e si comportano con me come se fossi qui da mesi. Sono diventata in meno di niente parte di questa adorabile città, di questa gente. Le ragazze, amorevoli e attente a dove io sia e a cosa stia facendo: oggi mi hanno aiutato in diversi parti del giorno a rimuovere tutte le mie treccine dalla testa. Sanno che dove c’è lavoro, se si è in quattro a farlo si finisce decisamente prima ed è molto meno pesante. E nessuno si tira indietro, per una nuova amica. Mai.
Tanta crema rosa che non si sa bene come è finita su tutti i visi, partendo da quello del festeggiato a tutti gli ospiti, senza risparmiare neanche gli insegnanti della scuola. Confidenza, voglia di ridere, un pizzico di follia e un viso tanto scivoloso e troppo fucsia.

Dopo i tradizionali canti di compleanno e i giri in cui ognuno si vendicava del vicino che gli aveva spalmato in faccia del colore, le insegnanti hanno cominciato a dare il meglio di sé, cantando le canzoni tradizionali in dialetto e cominciando a danzare in cerchio. E ovviamente anche qui, nessuno si è tirato indietro!
Una piccola comunità che si riunisce per celebrare e ringraziare. Ogni piccola occasione diventa grande se si è in grado di valorizzarla e apprezzarla. Una piccola comunità con un grande cuore aperto e pronto per tutti.
E tanta felicità che sprizza dai miei occhi e dal mio viso! Come è bello sentirsi amati e accolti in modo così gratuito e naturale. Quanto è bella questa cultura. In mezzo a questi spilungoni comincio a sentirmi alta anche io; in mezzo a questi vestiti lunghi e colorati mi mimetizzo come un camaleonte; in mezzo a tutto questo amore, ci sguazzo libera condividendolo con chi mi è vicino.

Amore senza confini – Diario di viaggio #57

Maikona, 4 marzo 2020

Quando sono arrivata in Kenya quattro mesi e mezzo fa, mai più avrei pensato di arrivare a sentirmi parte di una grande comunità rumena.

Mi sembra quasi sciocco a dirlo ad alta voce. Essere accolta in questa grande famiglia, così splendida, aperta e simpatica. Pronta a dividere e condividere con te tutto ciò che hanno creato qui in Kenya.

Sì, perché da noi anche se non si è razzisti, anche se non si è mentalmente chiusi, sentire “rumeno” fa un po’ lo stesso effetto di “albanese”. Nessuno avrà mai torto un capello a te personalmente, eppure rimane quel sentore di nazionalità denigrata; di quelle comunità etniche che così tanto venivano escluse prima che arrivasse “l’invasione” degli africani.

Siamo così chiusi; abbiamo sempre e comunque bisogno di un capro espiatorio contro cui accanirsi.

Sono cresciuta respirando quell’aria: alle elementari era arrivata in seconda una bambina albanese e mi ricordo il clima generale così sospettoso, soprattutto all’inizio. Così come per un altro bambino, sempre albanese, che aveva iniziato la prima elementare con noi. Eravamo bambinetti, eravamo piccoli: nulla di grave è mai successo tra di noi. Eppure mi è rimasto addosso quel sentore di “diverso”, di “straniero”, di cultura nuova con cui non doversi mischiare, di cultura chiusa e non progressista, di qualcosa di lontano e, involontariamente, minore rispetto a noi grandiosi italiani.

Sono dovuta arrivare in Africa, per capire tutti questi retaggi culturali che mi stavo portando dietro, impressi inconsciamente nella mia testa fin dalla mia infanzia.

Ricordo un amico che aveva passato le selezioni per andare in Erasmus in Romania, come terza scelta. Ricordo il sapore che si sentiva dietro questa affermazione: l’ultima opzione, lo Stato sfigato, il posto retrò in cui nessuno vorrebbe andare, la cultura di serie B che si può a malapena considerare parte dell’Europa.

Ebbene, mai incontro fu più speciale e prezioso: sto imparando il rumeno, sto vivendo le loro tradizioni, sto mangiando il loro cibo e non vedo l’ora di poter andare nella loro terra per conoscere meglio questa cultura!

Father Claudio

Arrivare qui a Maikona, dopo che avevo già conosciuto tutti i padri e i seminaristi a dicembre e nelle loro visite a casa nostra a Kibiko, è stato come un ritorno a casa. Ad una seconda casa, spersa in mezzo al deserto.

Father Cesar, father Chris, father Claudio, father Aurel, i seminaristi Michael e Alex, Mihaela e la madre di father Chris. E poi ci sono io, piccola italiana. Una comunità che si crea perché si sta condividendo la vita in uno Stato lontano da casa.

E non mi sento fuori posto, anche se parlano in rumeno e non riesco bene a capire cosa stiano dicendo. Non mi sento di troppo anche se sono seduta al tavolo e sento attorno a me tre voci diverse che dicono tantissime cose in una lingua totalmente diversa che non riesco a decifrare. Durante i pasti si passa dal kiswahili, al rumeno, all’italiano con una scioltezza invidiabile. Ed è casa anche questo, anche questo è Africa.

Aiutare Mihaela a preparare le bamboline tradizionali rosse e bianche che si regalano il primo marzo per l’arrivo della primavera; condividere la tradizionale grande cena celebrativa in ricordo della madre di father Aurel che è mancata quaranta giorni fa; mangiare i tipici involtini di carne e foglie di cavolo con la panna per la seconda volta e perdersi nel gusto delizioso di questo cibo che già mancava; abituarsi ad accompagnare a qualsiasi cosa la cipolla cruda. Esplorare nuovi gusti con un piatto unico di minestra di verdure con pasta, pezzi di carne bolliti, panna aggiunta sopra e bocconcini di cipolla cruda.

Emozionarsi quando si vedono tutta la sfilza di padri la mattina alla messa, insieme nel dolore per celebrare e ricordare una persona che ci ha lasciato. Tutti in un vivido bianco solo con la stola viola e father Aurel con la lunga veste porpora. Che belli!

Ecco, questa è parte della famiglia che mi porterò a casa e che sarà più facile da rivedere. I miei compagni di viaggio europei, così vicini eppure nelle nostre teste così lontani.

Dovremmo davvero abbatterli, questi confini delle nostre menti. 

Father Aurel
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