Kibiko, 27 novembre 2019
Un mese è passato da quando sono arrivata qui. Un mese vuol dire emozioni, esperienze, tante ore passate in compagnia. Eppure inspiegabilmente la quantità di tempo che passa in uno sguardo: puoi perdertici per una vita intera e renderti conto poco dopo che sono passati due minuti di orologio.
Tante persone mi hanno detto da sempre che in Africa il tempo vola, ma non ci ho mai creduto fino in fondo. Oggi, comincio a rendermi conto di questa piccola verità: qui il tempo ha una durata e una qualità tutta sua. Ti ritrovi a vivere giornate intense, in cui non sei mai fermo e ti sembra di stare assaporando tutto lentamente e con la giusta intensità, per poi ad un certo punto guardarti intorno ed è avere la sensazione che qualcuno abbia schiocchiato le dita, facendo passare improvvisamente 30 giorni.
È una fregatura.
“Oggi ho avuto per la prima volta una strana sensazione: fino ad ora mi è capitato in più situazioni di sentirmi a casa qui in Kenya, ma sempre con la consapevolezza che sarebbe stata una scelta temporanea e che poi sarei tornata a casa, sarei tornata alla mia “vera” vita.
Ecco, proprio di questo sto parlando. È stato come se, per un momento, questa esperienza non fosse stata più solo una parentesi, ma sì fosse trasformata in qualcosa di più grande. Ho sentito addosso quella sensazione che ti fa pensare: “Ma perché mai dovrei tornare a casa?” Questa è casa mia.
Chi lo dice che una vita vissuta per il servizio, sia di serie B rispetto ad una vita vissuta per se stessi? Chi lo dice che se i sorrisi di questi bambini mi fanno sentire una felicità rara nel cuore non possa continuare a vederli e farli ridere? Chi lo dice che bisogna avere un lavoro per vivere? O meglio, certo che un qualche tipo di fatica bisogna farla per riuscire a mangiare, ma c’è veramente bisogno di un lavoro con uno stipendio per andare avanti? Sto conoscendo decine di persone che hanno fatto scelte diverse.
Chi lo dice che io non possa trovare il mio posto in mezzo a questa splendida, antica cultura, in mezzo a questi colori vivaci delle stoffe, in mezzo a questi abbracci che ti scaldano il cuore, a questi saluti guancia a guancia che ti curano ogni volta che incontri qualcuno. Perché mai non potrei fermarmi nella terra natale dell’umanità e farmi coccolare da questa mamma?
Io qui mi sento a casa, anzi, sento che questa sia casa mia. Voglio conoscere questa lingua, questa cultura, voglio imparare l’arte del mangiare senza posate, lasciarmi avvolgere dal caotico rumore del matatu, imparare a camminare sulle strade sconnesse accompagnata solo dal chiarore della luna, diventare un tutt’uno con il ritmo africano e sentire la musica che ti pulsa nelle vene a tal punto da non riuscire a stare ferma. Sentirmi bella anche se ho quei cinque chili di troppo addosso perché sarei semplicemente nella media, non avere nessuno che mi giudica se non indosso nulla di attillato (anche se sembro un sacco di patate ambulante). Imparare a portare quegli splendidi vestiti africani, imparare ad associare i colori e fregarmene se ce ne sono troppi tutti assieme. Riempirmi l’armadio di stoffe da poter combinare giorno per giorno e vivere nella semplicità della provvidenza. Essere circondata da persone che si approciano a te in base a ciò che trasmetti, al sorriso che puoi condividere e non per come sei truccata o scollata.
Tornare alla genuinità delle relazioni, a quell’antico e mistico affidarsi ad una fede che simboleggia qualcosa di più grande, riscoprendo la propria forza nelle proprie insicurezze, reimparando la gratitudine per ciò che abbiamo ricevuto e che ci è stato donato. Amare la semplicità delle cose, ricordandosi di quando avere il proprio dolce preferito la domenica a cena da piccoli poteva cambiarti la prospettiva della giornata, così come è una gran festa per i bambini che vengono in convento.
Imparare di nuovo a vivere, rientrare in contatto con le proprie emozioni primarie e riempire per la prima volta i polmoni di un’aria inquinata dalla miseria ma ricca di Vita.
Sentirsi un tutt’uno con l’energia dell’amore che lega la tua vita con quella delle persone che incontri, con cui scambi un pezzo di anima per sbaglio senza volerlo, grazie a quella piccola conversazione avuta sul matatu che ha lasciato il segno.
E quindi, mi chiedo: qual è “casa”? Che cosa è che definisce casa?
Non mi manca particolarmente la cultura italiana; non mi mancano le posate; non mi manca la compostezza e la rigidità tipica di noi occidentali. Non mi manca come le persone si ignorano e non si prendono cura le une delle altre.
E quindi, se basta un pomeriggio nella shamba in mezzo a persone che si ostinano a parlarmi in una lingua che non capisco, se basta avere le mani piene di terra incrostata a tal punto da non riuscire a farla venire via, se basta uscire dall’orto con le ciabatte con due centimetri di fango attaccate e camminare scalza fino al bagno per evitare di sporcare troppo, se basta una risata condivisa per l’ennesima frase che si sono dimenticate di tradurmi in inglese a farmi sentire così felice e al posto giusto nonostante la stanchezza, qual è casa?















